Disturbi alimentari e social network, piccola guida al fenomeno

Non solo blog cosiddetti pro-ana o pro-mia: quelli, cioè, che presentano comportamenti e pratiche alimentari che puntano a favorire anoressia e bulimia, per esempio fornendo diete e decaloghi “antifame”, esempi di esercizi per perdere peso, consigli per ingannare i genitori.

Da alcuni anni a questa parte lo spazio web dedicato ad anoressia e bulimia si è arricchito delle comunità e dei gruppi fioriti sui principali social network, Instagram e Whatsapp soprattutto: “Canali ancora più diretti e quindi in qualche modo facilitanti rispetto a blog e siti, che ti devi andare a cercare da solo, e usati anche da preadolescenti, bambini di 10 o 11 anni” dichiara la psichiatra Laura Dalla Ragione, a capo della Rete Disturbi Comportamento Alimentare (DCA) dell’Usl 1 dell’Umbria.

Ma che caratteristiche hanno esattamente tutti questi spazi virtuali? Che impatto hanno sulla diffusione dei disturbi del comportamento alimentare, e come comportarsi per difendersi? Alla vigilia della Giornata mondiale a contrasto dei disturbi del comportamento alimentare, il prossimo 2 giugno, facciamo il punto della situazione.

Blog e comunità online pro-ana o pro-mia: quanto sono diffusi

“È praticamente impossibile fare una quantificazione precisa, perché sono tutti spazi molto dinamici, che vengono cancellati periodicamente sia dagli amministratori sia dagli stessi ragazzi e ragazze che li hanno aperti, per evitare di essere rintracciati”. Parola di Eva Claudia Cosentino, da alcune settimane nuova responsabile del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia online della Polizia postale e delle comunicazioni.

Di sicuro però si tratta di un fenomeno di ampia portata. “Basti pensare che in un’ora di monitoraggio online con chiavi di ricerca semplici, come “pro-ana”, o “pro-anoressia” abbiamo trovato circa 15 spazi web attualmente attivi, in lingua italiana, e altrettanti ormai inattivi”.

Blog versus social network

Fino a pochissimo tempo fa, lo spazio virtuale per eccellenza dedicato ad anoressia o bulimia era il blog personale nel quale l’autrice (il fenomeno è sempre stato tipicamente femminile) dichiarava, spesso con fierezza, la propria condizione di anoressica attraverso diari alimentari, racconti di episodi personali, citazioni pseudo scientifiche a supporto del proprio stile alimentare, apparentemente alla ricerca di una legittimazione globale attraverso la rete.

“Quello che sta avvenendo più di recente – spiega Cosentino – è però un massiccio spostamento di ragazze e ragazzi con disturbi alimentari verso i gruppi di messaggistica istantanea come Instagram o Whatspp, che sono organizzati secondo una logica di sollecitazione continua alla partecipazione dei singoli membri, con un costante e ossessivo invio di messaggi”.

Il problema è che questi gruppi sono ancora più difficili da monitorare, perché estremamente sfuggenti. Pensiamo a Instagram, che già nel 2012 ha messo al bando 17 hashtag accusati di incitamento all’anoressia o alla bulimia: ebbene, una ricerca condotta da studiosi del Georgia Institute of Technology, negli Stati Uniti, ha mostrato alcuni anni dopo che le comunità si erano semplicemente riorganizzate attorno ad altri hashtag che spesso erano varianti lessicali dei primi. Così, per esempio, thinspiration è diventato thynspiration o thynspo, mentre thighgap è diventato thightgap o thygap.

Cosa contengono, cosa comunicano

Tanto per cominciare, bisogna partire dal presupposto che chi apre o frequenti questi siti, blog o gruppi è a sua volta un paziente: “Persone esse stesse sofferenti, con un dolore e un’angoscia profondi” afferma Dalla Ragione.

“Blog e canali social propongono una visione della magrezza come valore assoluto e un’esibizione esaltata del corpo magro, mostrato in immagini nelle sue diverse parti più significative come pancia o cosce” racconta Dalla Ragione. “Inoltre, c’è spesso un collegamento all’esibizione di atti di autolesionismo superficiale, come tagli, bruciature, escoriazioni”.

Cosentino, infine, sottolinea che dall’osservazione dei casi concreti arrivati all’attenzione della Polizia postale e delle comunicazioni “emerge come alla base della creazione e dell’uso di spazi web che esaltano i disturbi alimentari, ci sia un’esasperazione della ricerca identitaria, una pretesa di affermazione di sé anche morbosa, oltre che la necessità di condivisione e di appartenenza a un gruppo”. Non c’è, invece, un intento manipolatorio che si ponga a priori l’obiettivo preciso di indurre o aggravare un eventuale stato di fragilità altrui.

Sono pericolosi? Che impatto possono avere?

“Da solo, un sito, un blog o un gruppo social non può far ammalare una persona di un disturbo alimentare” rassicura Cosentino. Allo stesso tempo, però, va detto che “può amplificare situazioni già compromesse, con un effetto destabilizzante sulla mente fragile di persone che stanno attraversando una fase della vita particolarmente delicata”.

Insomma, può diventare un fattore di rischio in più per ragazzi e ragazze (o addirittura bambini e bambine) che sono già a rischio. Fattore al quale peraltro sono esposti molto facilmente, vista la diffusione degli smartphone anche tra giovanissimi.

Secondo Dalla Ragione è proprio questo uno dei motivi dell’aumento dell’incidenza dei disturbi alimentari, che secondo le stime della Società italiana di riabilitazione dei disturbi del comportamento alimentare e del peso di cui è presidentessa riguardano oggi circa 3 milioni di persone. “La rete è un canale di diffusione estremamente rapido e ramificato e permette una facile amplificazione di certe informazioni. È come per il bullismo, che è sempre esistito, ma che ha conosciuto dimensioni e caratteristiche nuove con i cyberbullismo”.

Cosa fare se ci si imbatte in contenuti web proana o promia

“Fino a qualche anno fa, la presenza di blog ‘in chiaro’ sul web dava la possibilità a qualsiasi cittadino vi si imbattesse, di segnalarlo al portale della Polizia postale. Negli ultimi tre anni, però, abbiamo rilevato un calo drastico delle segnalazioni, a riprova di un possibile incremento della diffusione di forme ‘private’ di comunicazione, come appunto i gruppi” spiega Cosentino.
 
“La prassi più utilizzata è quella di attivare blog tematici e informativi, in particolare su Google blogspot.it, dai quali gli utenti possono venire reindirizzati privatamente a gruppi più ristretti su altre piattaforme, come Instagram o Whatspp. Questi blog sono difficili da monitorare, in quanto richiedono l’ammissione mediante la compilazione di un form e di primo acchito è anche molto difficile individuare eventuali utenti minorenni. In ogni caso, se questo avviene, la Polizia postale può avviare un percorso di ‘messa in sicurezza’ che prevede il coinvolgimento di famiglia, scuola, psicologi”.Genitori e figli, l’importanza del dialogo per la prevenzione
La rete è un’opportunità, una risorsa, e non va demonizzata. Però contiene degli angoli bui, potenzialmente molto pericolosi, rispetto ai quali bambini e ragazzi vanno responsabilizzati il prima possibile.

“Il dialogo tra genitori e figli resta il consiglio per eccellenza per promuovere un uso responsabile della rete e stimolare lo spirito critico dei giovani relativamente ai contenuti che vi possono trovare” afferma Cosentino. “La conoscenza è la migliore arma di prevenzione e protezione”.


Terapia dei disturbi alimentari e social network

E se una ragazza o un ragazzo hanno già sviluppato anoressia o bulimia? Come comportarsi rispetto all’uso dei social network.  “Sicuramente vietare serve a poco, sia perché non è semplice riuscirci sia perché ormai la rete fa parte della vita quotidiana di tutti” afferma Dalla Ragione.

“Certo, con le pazienti e i pazienti ricoverati nei centri residenziali per il trattamento dei dca la navigazione su Internet può essere temporaneamente vietata o limitata ad alcuni momenti, ma quello su cui si cerca di lavorare è fornire ‘anticorpi’, fattori protettivi che aiutino i pazienti a difendersi una volta tornati a casa”.

“Ragazze e ragazzi trovano in rete i loro miti fisici e iconici, immagini a cui fare riferimento e rispetto alle quali attivare confronti continui, ma quello che occorre fare è portarli a ragionare su cos’è davvero una persona, sul fatto che non è certo solo l’immagine del suo corpo (anche se è la società tutta oggi a vivere una deriva etica in cui conta solo ciò che si vede). Così cerchiamo di lavorare sull’autostima e il senso di sé, per cercare di trasmettere il messaggio che la realizzazione e la felicità non sono legate al 100% all’immagine corporea.

Il buono della rete

D’altra parte la rete non è solo “il male”. Sul web ci sono anche spazi “buoni” e positivi rispetto al tema dei disturbi alimentari: blog di persone che raccontano storie e percorsi di guarigione della malattia e incitano le persone a curarsi (come il tumblr di Mollichina), oppure gruppi social di sostegno, di autoaiuto, di condivisione emotiva. Spazi sui quali fare leva per una contronarrazione online di questi disturbi.Una proposta di legge controversa
Al momento manca una legge specifica sulla regolamentazione della rete rispetto al fenomeno DCA. C’è però un disegno di legge bipartisan presentato alla Commissione sanità del Senato (le prime firme sono delle onorevoli Maria Rizzotti e Caterina Bini), che prevede il riconoscimento di anoressia e bulimia come malattie sociali e l’introduzione del reato penale di istigazione, anche via web, al ricorso a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia o la bulimia.
Le pene previste vanno da sanzioni pecuniarie a detenzione a trattamento sanitario obbligatorio.

E’ tuttavia un disegno di legge contestato da molti operatori del settore, che non vedono nella condanna penale di persone malate, come sono appunto in genere i gestori degli spazi web pro-ana o pro-mia, una soluzione efficace al problema.

Fonte : Nostrofiglio.it

Potrebbe piacerti anche...