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Medico, paziente e coronavirus

Il compianto psicoanalista Franco Fornari scriveva che i medici spesso propongono ai pazienti che si rivolgono loro di rappresentarsi la malattia come una parte “cattiva” di sé che sta contaminando una parte “buona” e che, pertanto, deve essere estirpata, per restituire all’organismo malato la sua integrità. Questa alleanza, secondo Fornari, è problematica perché induce il paziente a considerare la malattia come qualcosa di persecutorio e di altro da Sé e lo spinge ad aggredirla, invece che a comprenderla e a curarla. In alcuni casi, questa concezione si rivela più corrispondente alla realtà – ciò avviene, ad esempio, quando  c’è un batterio nocivo che va eliminato – ma in altri casi non vi corrisponde assolutamente: per esempio quando il paziente soffre per un disagio o una malattia mentale, oppure per uno stato di alterazione progressiva degli organi, dovuto alla vecchiaia. Provate a pensare a un medico che dica: “Tu hai la schizofrenia”, oppure “Tu hai la vecchiaia” (io ne conosco qualcuno!). Come sappiamo, il disagio mentale non è il frutto di un batterio che si è infilato nell’organismo bensì di un processo complesso in cui concorrono aspetti biologici, psicologici, relazionali e sociali; allo stesso modo, non si ha la vecchiaia, si è vecchi!

In definitiva, quando la malattia viene rappresentata solamente da una diagnosi il paziente si trova sollecitato a delegare totalmente al medico, supposto sapere, la presa in carico del suo problema. Ciò, magari, lo rassicura, ma produce, come effetto collaterale, l’espropriazione della sua possibilità di capire la malattia che lo affligge e di prendersene cura, insieme con il medico, motivandosi alla guarigione e collaborando nel seguire la cura che gli viene somministrata; cosa che non sempre avviene. Possiamo dire che la malattia, oppure uno stato di disagio psicologico, è una cosa terza di cui il sanitario e il paziente dovrebbero parlare per capirne insieme la natura e pensare ai provvedimenti da prendere. Si tratta, in definitiva, di pensare la persona non come un corpo che si è ammalato ma come un organismo complesso che deve essere preso in cura nella sua globalità. Ciò vuol dire che  il medico, e il sistema di cura nel quale è inserito, devono stabilire con il paziente una relazione che non è organizzata solo dalla diagnosi sul corpo malato ma anche dall’accoglienza dei  bisogni della persona che chiede il loro intervento e, quindi, anche della sua posizione di cliente.

Cosa succede, invece, quando il paziente accede al sistema sanitario, per esempio all’ospedale? Quando va bene, cioè quando il personale sanitario, soprattutto negli ospedali cattolici, è stato formato secondo i principi di un’umanizzazione dell’assistenza, viene trattato con gentilezza e rispetto. Mentre quando va male, nella maggior parte dei casi, il paziente si sente trattato come un numero, come una rotella dell’ingranaggio: è sottoposto a lunghi tempi di attesa e tenuto all’oscuro di quanto gli accadrà. Insomma, non sa se, come quando e perché sarà preso in carico. Sembra, infatti, che fra medici ed infermieri vi sia il tabù del potere informare i loro pazienti. I medici, soprattutto, non parlano, se non all’ultimo momento e quando parlano si limitano a offrire una diagnosi, usando una terminologia derivante dal greco che il paziente, di solito, non è in grado di capire. L’implicito emozionale che sorregge il silenzio è che il medico sia colui che tutto può, cioè che sia onnipotente, perché quando comincia a parlare con il paziente svela i suoi dubbi e che qualcosa sa e qualcos’altro no.

Insomma, il silenzio, a volte, può essere rassicurante sia per il medico, che conserva intatto il suo potere sul paziente e può disporre di quest’ultimo senza fare alcuna fatica per entrarvi in relazione, sia per il paziente, che vuole delegare al medico il potere della cura e vuole uscire dal suo stato di sofferenza il più velocemente possibile. Tuttavia, questa situazione è in rapido cambiamento perché la figura del medico nel nostro claudicante sistema sanitario è sempre meno idealizzata e il paziente è diffidente e sempre meno disposto a rimanere passivo. Non sorprende, dunque, che fioriscano le cause contro medici e istituzioni sanitarie e, sull’altro versante si faccia sempre più ricorso a una medicina difensiva.

La situazione si è fatta sempre più grave con l’arrivo del coronavirus. Nonostante molti medici e infermieri si prodighino eroicamente nell’assistenza ai malati, la distanza di questi ultimi dalle loro famiglie rende ancora più angosciosa l’assenza o la scarsità di notizie. Cosa fare allora? Più che formare il personale secondo i valori dell’umanità e della gentilezza bisognerebbe che le direzioni sanitarie mettessero mano a una formazione sull’orientamento al cliente, condotta da psicologi esperti, che aiuti medici e infermieri a relazionarsi con la clientela con procedure meno asettiche, distanti e impersonali, mirate al coinvolgimento del paziente nel percorso di cura. E provvedere al sostegno psicologico delle équipe mediche e paramediche che, in splendida solitudine, affrontano situazioni altamente angosciose e traumatiche, per far fronte all’inevitabile burn-out

di Emilio Masina

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