Privacy Policy Effetto lockdown e quella mancanza di ascolto che ha fatto male ai giovani: “Avevano bisogno di qualcuno, ma adulti assenti” – Associazione Volontariato Onlus Associazione che si occupa di disturbi del comportamento alimentare e violenza di genere.

Effetto lockdown e quella mancanza di ascolto che ha fatto male ai giovani: “Avevano bisogno di qualcuno, ma adulti assenti”

Savona. “Incapacità di mettere uno spazio tra emozione e azione”. E’ questa la spiegazione della dottoressa Stefania Lanaro, psicologa e psicomotricista dell’associazione Il Bucaneve odv, al consistente numero di aggressioni a cui abbiamo assistito in provincia negli ultimi due mesi.

Quasi 30 gli episodi di “violenza” che si contano dal 26 aprile, giorno nel quale la Liguria è diventata zona gialla, fino a questi giorni. Facendo una media si può dire che questi fatti, di cui due sono presunte violenze sessuali, si sono verificati una volta ogni due giorni. La maggior parte vedono coinvolti ragazzi e avvengono come effetto dell’alcool e vedono come “vittime” le forze dell’ordine che si trovano a fare controlli, altri coetanei o, ancora, chi “capita a tiro”.

Non solo attraverso la violenza fisica, ma anche la violenza verbale è un fenomeno che è sempre più in aumento, tra cui il noto “body shaming” attraverso il quale si scarica la rabbia interiore verso il prossimo attaccando l’aspetto che più è visibile, quello fisico: “Sei anoressica, sei grassa, sei brutta”.

Non tutti però si sfogano in questo modo, alcuni fanno l’esatto opposto: “Ci sono, molto più silenziosi, quelli che si rinchiudono in sé stessi e non escono più di casa perché in quel luogo si sentono protetti e non giudicati. La loro violenza non si ripercuote sull’altro ma su sé stessi ad esempio attraverso l’autolesionismo o la chiusura in sé stessi. Fenomeno meno evidente ma grave alla stessa misura”.

“La difficoltà della nostra epoca è l’accettazione di tutto ciò che si presenta come diverso: gli omosessuali, le persone provenienti da un’altra nazione, i ragazzi affetti da disabilità. Questa cattiveria esiste perché non siamo riusciti a diventare grandi – spiega Lanaro -. Ormai siamo abituati ‘a nascere al primo dolore’. Questo comporta l’abitudine ad avere tutto e subito. Basta pensare alla spesa, se mi serve qualcosa, apro il pc, cerco nel negozio virtuale di Amazon e dopo poche ore ho quello che cerco recapitato direttamente a casa a sforzo zero”.

Effetto lockdown?

Alcuni sostengono che il disagio crescente accusato dai giovani e dagli adulti sia dovuto alla costrizione di dover rimanere chiusi in casa e, per i primi, alla mancanza della scuola, invece, per i secondi, alla perdita del lavoro o a una diminuzione consistente della propria attività. Secondo Lanaro il malcontento e la rabbia sono sentimenti preesistenti, forse latenti, a questo periodo che il lockdown ha esacerbato. Sicuramente, la problematica della mancanza di lavoro è una questione fondamentale, per quanto riguarda i giovani “nel lockdown c’è stata l’abdicazione degli adulti attraverso un trasferimento di colpe allo ‘Stato’ invece di assumersi la responsabilità”.

Non è mancata l’illusione di poter sostituire i rapporti umani reali a quelli virtuali, dietro a uno schermo, di tablet, pc o smartphone, credendo che fosse la stessa cosa: un “perfetto succedaneo” si pensava. Ma in questi rapporti viene meno non solo il contatto fisico ma anche, e soprattutto, il contatto visivo, non meno importante. I social network hanno fatto da gabbia di risonanza a questo fenomeno: durante il confinamento le persone si incontravano solo sui social dove, ovviamente, “la selezione dei contenuti è studiata e la realtà non è come appare”.

Un periodo che ha fatto da incubatore di sentimenti, prevalentemente negativi, soprattutto tra i più giovani: “Il periodo Covid ha aperto di più le bocche, si sono incrementati moltissimo i casi di violenza e aggressione. I ragazzi non reggevano più la Dad e i rapporti virtuali. Non erano guardati negli occhi da nessuno e facevano fatica a cogliere la passione dell’insegnamento. Aspetto, in realtà, che sottolineava già prima”.

Non sono le restrizioni e la conseguente limitazione di libertà che questo periodo ha imposto a tutti i cittadini, giovani e anziani, di rinunciare alla vita a cui ognuno era abituato in precedenza ma il comportamento degli adulti nei confronti dei ragazzi a infastidire i giovani: “Quando abbiamo chiesto ai ragazzi cosa li faceva arrabbiare, hanno parlato di rabbia rispetto a noi adulti perché siamo indifferenti e omertosi, perché il sistema scolastico e politico non va”. Si sono, quindi, concentrati non tanto sulla mancanza di libertà quanto sui difetti del “sistema”.

La coscienza collettiva

Una percezione che non può essere ascrivibile solo ai postumi del lockdown ma che era già presente nel periodo precedente, da una decina d’anni, e deriva da un errore di impostazione: “Invece di provare a scegliere delle strategie in un’ottica collettiva – spiega Lanaro – secondo il principio ‘ogni cosa che io faccio ricade sulla comunità’, abbiamo fatto credere ai nostri figli che il virus poteva essere combattuto in maniera individuale, se lo Stato dice di non uscire lo dice a te singolo cittadino”.

Per spiegare meglio quello che intende la psicologa con cui abbiamo parlato, Lanaro, fa un confronto, che non intende polarizzare l’opinione ma esemplificare il concetto e sottolineare l’importanza di quanto sia necessario uscire dall’ottica individualista: “I partigiani non erano mossi dalla volontà di liberare papà e mamma ma lo Stato nella sua totalità. I nostri ragazzi hanno la percezione che seguire le regole non sia fondamentale e questo li porta a trasgredire come soluzione individuale”.

Semplificando, il problema riguarda la mancanza del senso di appartenenza che ha portato a sviluppare in ognuno di noi quel senso, se si può dire, egoistico: “Quello che è mancato è stato pensare che è la comunità che si deve salvare. La reazione è stata di ribellione: ‘Io se non rispetto le regole sono più furbo’. Non sono state accettate le regole di base che erano anche molto semplici, comportamento determinato dalla rabbia verso un nemico invisibile, non lo vediamo e quindi non esiste”.

E gli adulti dove sono stati?

Per uscire da questo vortice della mancanza di pensiero che produce rabbia, Lanaro suggerisce prima di tutto una necessaria messa in discussione da parte del mondo degli adulti: “E’ facile dire dove abbiamo sbagliato, ora dobbiamo modificare le situazioni e cambiare il nostro atteggiamento”. Un cambio di passo non legato a tentativi casuali ma derivanti dall’ascolto dei più giovani. Perché è proprio questo, la necessità di essere ascoltati, l’esigenza degli adolescenti: “Ho bisogno di parlare con qualcuno”.

La strada verso l’uscita potrebbe essere dare lo spazio di cui necessitano ai giovani: “Dovremmo riunirci, ragazzi con adulti, ragazzi con anziani, anziani e adulti. Così, con il confronto, potremmo cominciare a trovare un punto di incontro e a pensare qualche spunto condiviso risolvere i conflitti interni alla società e riuscire a creare anche quel senso di comunità che sta venendo sempre meno”.

Troppo istinto e poco pensiero

“Sta venendo sempre meno il rispetto per la persona. Non c’è più un ‘pensiero in mezzo’. Ma forse sarebbe necessario ripristinare quella che era l’educazione civica e insegnamento della religione a scuola che riguardava le regole di vita e il rispetto, anche se questo aspetto deve essere curato dalla famiglia. La nostra guida ora è diventata la ricerca della perfezione che altrimenti suscita un senso di insicurezza e vergogna”.

Ed è in questo clima che aumenta, a livello nazionale, il numero delle persone che frequentano le “stanze della rabbia”, costruzioni apposite dove la gente si reca per distruggere oggetti, personali o forniti, per sfogare la tensione accumulata per le più svariate ragioni: “Così scaricano la rabbia e si sfogano, ma bisogna trovare altre strategie e affrontare questi sentimenti negativi senza averne paura all’origine”.https://1407f2a798786bcd5da6798c4eb7a2b4.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-38/html/container.html

“Ci stiamo comportando come degli incoscienti e non ce ne stiamo rendendo conto. Ci guardiamo intorno e rimaniamo frastornati dall’atteggiamento dei giovani che prima si ubriacano e poi si menano. Ma forse non dovremmo capire la motivazione che c’è dietro a questo comportamento? Ho bisogno di picchiare per sentire chi sono, è qualcosa di sconvolgente”.

Ma non solo un comportamento tipico dei giovani, ma una modalità diversa di manifestarlo anche per gli adulti: “Rimaniamo frastornati davanti a questi atti di violenza, ma noi adulti facciamo le stesse cose solo in modo diverso. Gli adulti prevalentemente litigano anche per le questioni più banali: mi è stata fregato il parcheggio allora do in escandescenze. Ma il concetto è lo stesso: non ho quello che voglio, faccio uscire la rabbia senza freni”.

La possibile via d’uscita

“La strada da percorrere è sfruttare l’intelligenza creativa”. Ma che cos’è? La capacità di risolvere le situazioni cavalcando i problemi e sfruttando l’ironia combinata con l’ingegno. Per farsi capire meglio, Lanaro, porta come esempio, da applicare non per aggirare le norme però, la reazione dei cittadini di Napoli dopo l’introduzione dell’obbligo di allacciare la cintura di sicurezza sulle auto: avevano subito fatto stampare delle magliette con la cintura disegnata. Un aneddoto che fa fare un sorriso e pensare “sempre i soliti”, ma se davvero questa abilità venisse spesa per rispettare la legge e cavalcare i fatti negativi trasformandoli in occasioni?

“In questo periodo abbiamo cercato molte colpe additando i più svariati colpevoli ma mai ci siamo posti il problema di cercare soluzioni”. Ricordiamo tutti “l’andrà tutto bene” degli esordi che è sfociato in un “Sì, ma quando?”. “Mi ha colpito l’ottica in cui abbiamo affrontato la questione fin da subito. Inverno tutti chiusi, nell’estate liberi tutti e poi il problema è tornato con la seconda chiusura dove invece di pensare a che cosa poteva succedere ancora, perché un virus non è una cosa che sparisce da un momento all’altro e non lo abbiamo elaborato nel primo lockdown”.

“Continuiamo a creare contenuti da proporre nelle scuole in cui presentiamo i divieti, questo si fa e quello non si fa, la polizia postale fa lavoro interessantissimo per quanto riguarda la sicurezza della navigazione in rete e la divulgazione di contenuti. Ma stiamo costruendo delle case dal tetto. Dovremmo lavorare per aiutarli a capire loro chi sono, a rispettare loro stessi partendo così dalla base”.

Da questa esigenza deriverebbe anche il rispetto tra i sessi, recentemente sono due i casi di presunta violenza sessuale di gruppo: “Non è un problema di difetti dell’educazione sessuale nelle scuole ma riguarda la capacità dei genitori di ricoprire il loro ruolo. La prima cosa da metabolizzare è sapere e capire che ci sono dei limiti oltre ai quali non posso andare: non vado a 150 km/h sull’Aurelia perché metto in pericolo oltre la mia vita anche quella degli altri”.

“Ovviamente la maggior parte delle persone, di cui non si parla perché non fanno scalpore, riescono a gestire i sentimenti negativi e sfogarsi passando tempi con gli amici, nella lettura, praticando sport. Dobbiamo diventare tutti responsabili delle nostre azioni. Solo così potremmo migliorare la società nella quale viviamo. Nulla ci è dovuto – conclude Lanaro – ma tutto va guadagnato‘ e affrontato e si può ottenere solo con gli sforzi che così hanno anche un sapore diverso. Al tempo stesso per permettere questo è necessario guidare i figli e non lasciarli decidere già da piccoli, anche nelle scelte più banali”.