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Sentirsi sbagliati

A volte ci si sente diversi da come vorremmo essere. Al posto di successo, affetto, consensi, sembra che il mondo ci comunichi ostilità, durezza, disapprovazione. Eppure mettiamo cura, cerchiamo di fare del nostro meglio, ci impegniamo per essere accettati, accolti, ben voluti.

E invece arriva il temuto messaggio: “Non vai bene”. L’individuo apprende la modalità relazionale ben presto, dalle figure accudenti.

Egli interiorizza l’Altro attraverso le prime interazioni primarie. L’immagine che si acquisisce di se stessi si forma attraverso il rispecchiamento prima con le figure genitoriali, poi grazie al mare sociale in cui si è immersi.

Si incontra l’Altro, ci si specchia, l’Altro ci restituisce un’immagine di noi stessi che tratteniamo, nel processo della formazione del Sé. Se l’Altro ci rimanda un’immagine di noi stessi positiva, adeguata, amabile e accettabile, avremo interiorizzato un senso del Sé autoefficace, capace di incidere nel mondo, vincente, degno di amore. Se invece quanto restituito è che siamo sgradevoli, indegni d amore, sbagliati, inadeguati, questo è quanto crederemo a lungo su noi stessi. Questo processo non è conscio. I messaggi sono spesso impliciti, subliminali.

Tuttavia i rimandi giunti dall’esterno restano impressi nel profondo, tanto più quanto sono significative le persone a restituirli. Senza voler dare colpe inutili ai genitori che hanno sempre fatto del loro meglio (quello non fatto è perché non ne erano capaci).

E se il messaggio più o meno implicito ricevuto è stato screditante, disconfermante del proprio valore, l’individuo resterà convinto di non valere e leggerà il suo vissuto con questa lente interpretativa. In altre parole, se siamo convinti di non valere, di non piacere, di essere sbagliati, leggeremo ogni dato che ci arriva con questo codice.

Magari Tizio non ci saluta perché è nervoso, ed ecco che chi ha il copione di se stesso come indegno e sbagliato tenderà a interpretare il dato come un segno di ostilità, un giudizio nei propri confronti. In pratica è come si procedesse per verifiche. Abbiamo una teoria implicita su noi stessi, ad esempio “Sono sgradevole, non piaccio a nessuno”, il nostro iter cognitivo ci porterà a trovare una conferma di quanto crediamo, e le informazioni provenienti dall’esterno verranno organizzate in modo da costruire una prova di quanto pensato.

Se pensiamo di non piacere, i dati salienti per noi saranno quelli atti a dare conferma di ciò. Se riteniamo che non siamo degni di amore, di accettazione, andremo a cogliere fra le righe quei segnali, di per sé neutri, che però possono essere usati come prove per la nostra idea precostituita. Il timore del rifiuto, del giudizio, la paura di essere inadeguati, sbagliati, è comune a tutti in misura diversa.

Tuttavia più si teme il confronto, più si cerca di nascondere chi si è davvero per tentare di farsi accettare attraverso una maschera, ciò che ne deriverà sarà un Falso Sé, fragile, costruito, tremolante, non autentico. Ciò che ne risulta, è una personalità costruita e poco convincente, diffidente, in fuga dall’essere vero.

E la risultante relazionale sarà comunque una non gradevolezza, e tale persona sperimenterà spesso il rifiuto, attirando inconsapevolmente una non completa accettazione. In pratica ciò che più si teme, si finisce col crearlo da soli. Prigionieri di una profezia autorealizzante.

Fino a quando non subentra la volontà di scoprirsi, di indagare nei propri copioni al fine di riconoscerli e poter essere sempre più spontanei e veri, prima con se stessi, e di conseguenza con gli altri. Affinché questo accada, è necessario avere il coraggio di guardarsi dentro con onestà, apprendere a sostare nello spazio scomodo delle scoperte delle proprie antiche ferite, e accettarle.

Da quest’accettazione nasce una forza nuova, la paura del giudizio altrui lascerà spazio a una verità, autenticità, che solo chi può permettersi di essere se stesso fino in fondo conosce.

 

Ameya G. Canovi

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